La ricerca antropologica sul campo

Siamo andati nelle scuole partecipanti al progetto per cercare di comprendere un po' meglio quale fosse la realtà di queste istituzioni cosi importanti nella formazione degli uomini e delle donne che fanno parte della nostra società e per sentire direttamente dai presidi, dai professori e dai ragazzi come vivono il loro lavoro e la loro presenza nella scuola, quali sono le soddisfazioni e le difficoltà che incontrano e hanno incontrato lungo il cammino, quali i sogni e le aspettative….

Li abbiamo incontrati e discusso con loro, fatto interviste e osservato la situazione scolastica, focalizzando la nostra attenzione su come le scuole stessero confrontandosi con la presenza di tanti nuovi bambini provenienti da culture e paesi diversi.
Siamo dunque partite da questo aspetto della realtà scolastica perché ci è sembrato un buon inizio per andare a riflettere sul tema della diversità, così importante per una pacifica convivenza tra persone di diverse culture ma anche e soprattutto tra tutti gli individui.
Intercultura, dunque, come accettazione dell'unicità di ognuno ed esperimento di convivenza creativa e pacifica.



l'esperienza della Scuola Media Daniele Manin
dalle parole del Preside Prof.Bruno Cacco


Come è nato il lavoro interculturale alla Manin?

E' nato prima di tutto da una emergenza, e cioè come insegnare l'italiano a bambini che arrivavano da tutte le parti del mondo e quindi metterli in grado di poter interagire con i propri coetanei. Da questa emergenza si è cercato di dare una risposta più strutturata, cercando di alfabetizzare in maniera incisiva e anche pertinente questi ragazzi, poi ci si è aperti ad una interazione fra le culture di appartenenza; da qui il bisogno di fare sempre più percorsi interculturali, che vuol dire confronto fra le culture, con un atteggiamento critico e razionalista nei confronti degli elementi culturali in quanto tali, vuol dire anche riuscire a dialogare, partecipare e riflettere sul proprio vissuto in termini più ampi e significativi.
Detto in altre parole significa essere in grado di capire gli altri e di interagire con gli altri. (…)
Rispetto all'intercultura si accentua questo filo conduttore di confronto fra culture di paesi diversi, è ovvio, quindi invece di fare attenzione a un discorso di tipo eurocentrico, si fa riferimento a un discorso più ampio, cercando, quando è possibile di intervenire, senza per questo però dimenticare la propria tradizione che è il pilastro portante dell'esperienza conoscitiva che gli alunni hanno (quelli italiani ovviamente) dalla quale bisogna partire e della quale bisogna tenere conto, anche perché poi è quella che anche gli altri, e intendo per altri quelli che arrivano da altre nazioni, vogliono conoscere, perché qui vivono. Insomma non vorrei che fosse in qualche modo travisato il senso di tutto questo; certamente però è importante che tutti sappiano ad esempio, banale ma non molti lo sanno, che la civiltà cinese è molto più antica di quella greco-latina e anche di quella egiziana. E' un dato che sconvolge gli stessi egiziani, che si sentono i più antichi e i più civili del mondo, e non sanno che invece prima di loro c'erano i cinesi e gli indiani. Avere questi punti di riferimento però serve sempre ed è servito anche a noi.

Di fatto come avviene questo confronto interetnico nella scuola?

Intanto più che confronto c'è un lavorare insieme, cioè se si lavora facendo un laboratorio artistico, informatico, artigianale o vedere dei film, questo è un confronto, uno stare insieme, un lavorare su un compito che ci accomuna poi, naturalmente, se ad esempio si fa il cineforum invece di far vedere solo film italiani o statunitensi, si cercherà di far vedere anche dei film che provengono dall'area cinese o dall'area indiana, dove ci sono delle produzioni cinematografiche molto significative;
oppure quando ci sono abilità particolari come ad esempio quelle degli alunni cinesi nel disegnare e incidere etc…si mettono in rilievo. Cioè più che una "specificità di" di tratta di tenere presente che esistono queste realtà e farle emergere continuamente.
Se si fa un discorso di riflessione grammaticale sulle lingue, un discorso di tipo strettamente glottologico comparativista e tu hai lì un bengalese o un cinese gioco forza che ti apri ad una riflessione su quel tipo di lingua. Quindi questo è forse l'agevolazione maggiore.


Volendo riassumere il senso della esperienza interculturale che è avvenuta in questa scuola, quali sono gli obiettivi raggiunti e quali quelli da raggiungere?

Beh…obiettivo raggiunto è senz'altro una condivisione di percorsi e cioè un'interazione fra gli alunni…non c'è nessuno che non si senta partecipe di questa comunità allargata internazionale; cioè lo stare insieme, fare delle cose insieme porta via tutta una serie di diffidenze che altrimenti ci sono, questo è un obiettivo raggiunto.
Obiettivo non raggiunto è l'omogeneità di un percorso didattico veramente interculturale per tutta la scuola, cioè la difficoltà di conciliare quelle che sono tradizioni, abitudini, consuetudini con la sottolineatura di un percorso diverso da parte dei docenti, quindi sto dicendo che è piuttosto complesso; bisogna fare i conti anche con sapienze professionali che si sono sedimentate in un certo modo e che quindi vanno continuamente rimesse in discussione.
Questo è difficile, però anche questo in realtà è un dato che riguarda tutta la scuola dell'autonomia, cioè tutte le scuole italiane che in questo momento stanno vivendo un passaggio di questo genere, da un certo tipo di insegnamento ad un'attenzione all'apprendimento…da questo punto di vista noi siamo favoriti, siamo già abituati a confrontarci con queste tematiche, quindi quello che era un punto di elaborazione e di difficoltà, adesso rispetto a quello che ci sta succedendo intorno diventa un "deja vu" quindi qualcosa tutto sommato di assimilato.


Un'ultima domanda…in poche parole, lei come immagina la scuola moderna?

Una scuola che sappia offrire una solida istruzione, fondata su un razionalismo forte, su una cultura internazionale attraverso una organizzazione molto flessibile e modulare.


L'inserimento scolastico dei bambini migranti

Tenendo conto che il problema più rilevante relativo all'inserimento dei minori stranieri sembra riguardare l'accoglimento/insegnamento linguistico degli alunni non italofoni immigrati si può dire che i bambini in età prescolare, nati qui o venuti piccolissimi, trovano nella scuola materna un ambiente stimolante che facilita l'inserimento nella scuola elementare e l'apprendimento della nuova lingua.
I bambini neo arrivati invece in età superiore ai sei anni si trovano davanti a maggiori difficoltà di apprendimento, anche perché l'inserimento degli alunni stranieri nella scuola italiana avviene spesso in maniera casuale, secondo due modalità prevalenti1 :

Le situazioni più problematiche riguardano l'inserimento scolastico dei ragazzi stranieri neo arrivati in età pre-adolescente o adolescente in quanto per loro le necessità e le urgenze della vita quotidiana non sono di là da venire; essi hanno dunque una maggiore consapevolezza della necessità di apprendere la nuova lingua anche se sono svantaggiati in questo compito dalla loro età.
La lingua dunque è al centro delle preoccupazioni della scuola poiché il processo di inserimento del bambino avviene nel momento in cui essi apprendono la nuova lingua.
Come spiega la Favaro 2il bambino migrante fino al momento del suo ingresso nella scuola comprende e parla solo la lingua materna che soddisfa tutti i bisogni di comunicazione quotidiana tra lui e i genitori o altri adulti che entrano a far parte del nucleo sociale della famiglia migrante.
Qualora non vi sia una presenza di bambini più grandi già inseriti nella scuola, i figli degli stranieri hanno scarse risorse nel loro sviluppo linguistico e poche occasioni di esposizione all'italiano.

nota 1: Demetrio D., Favaro G., Immigrazione e pedagogia interculturale.. Bambini, adulti, comunità nel percorso di integrazione, La Nuova Italia, 1992, p.67-68.

nota 2: Demetrio D., Favaro G., Immigrazione e pedagogia interculturale - Bambini, adulti, comunità nel percorso di integrazione, La Nuova Italia, 1992, p.63-67.


Il sostegno a scuola

In tutte le scuole del progetto abbiamo riscontrato la presenza importante dei professori di sostegno sia nel supporto ai bambini in difficoltà in genere, sia nel lavoro di integrazione e supporto linguistico dei ragazzi stranieri.

Riportiamo qui di seguito alcune parti dell'intervista fatta alla responsabile del sostegno nella scuola media Daniele Manin, la Prof.ssa Moretti, in quanto esplicativa delle diverse situazioni che gli insegnanti di sostegno devono affrontare e che appaiono simili nelle diverse realtà scolastiche che abbiamo conosciuto.

Qual' è, secondo la sua esperienza, il compito principale dell'insegnante di sostegno nella scuola?

L'insegnante di sostegno può avere vari compiti; noi interveniamo in questa scuola soprattutto con la classe e lavoriamo sempre nella classe, però gli interventi possono essere in alcuni momenti anche individualizzati; di solito ci sono dei progetti di istituto o dei progetti della classe ai quali l'insegnante di sostegno partecipa sempre e comunque, collaborando con i docenti curricolari e quindi assumendo il compito di integrare al massimo sia i portatori di handicap che gli alunni in difficoltà.
Essendo questa scuola frequentata da molti stranieri, noi per alunni in difficoltà intendiamo anche gli alunni che hanno difficoltà di lingua italiana.
[….] dato che abbiamo in questa scuola una sperimentazione per l'integrazione di alunni stranieri, insieme all'insegnante curricolare e a quella di sostegno, lavora anche l'insegnante di alfabetizzazione, che interviene prima sugli alunni che non sanno affatto la lingua italiana, ovvero quelli di primo livello, e poi su quelli di secondo livello per cercare di fargli comprendere anche il libro di testo.

Come intervenite davanti alle difficoltà, non solo di lingua, dei bambini migranti?


Noi, di solito, quando ci troviamo di fronte a questi casi, cerchiamo di coinvolgere il ragazzo in prima persona facendoci raccontare la sua storia, gli facciamo portare a scuola, se li ha, dei testi, delle riviste, dei documenti che riguardano il suo paese di origine, al sua nazione, il suo continente; così ci comincia a raccontare il suo vissuto nel paese di origine, poiché se non sa l'italiano vuol dire che è arrivato qui da poco tempo.
[….] In questo modo il ragazzo comincia ad essere preso in considerazione dalla classe perché ci ha portato qualche cosa di nuovo. [….]Piano piano un po' con le esperienze raccontate, un po' con l'apprendimento della lingua italiana, a piccoli passi, il bambino migrante incomincia ad integrarsi nel gruppo.
Poi andiamo anche a trovare in altre cassi bambini della stessa nazionalità e quindi insieme loro portano le loro testimonianze in giro per la scuola.


Rispetto a questo, in quali casi ritenete sia opportuno l'intervento mediatore culturale e in che modo questo collabora con l'insegnante di sostegno?


Io non ho ancora mai fatto l'esperienza di collaborare con un mediatore culturale, noi stiamo iniziando adesso a conoscere questa figura nella scuola.
Io credo che per quanto riguarda la collaborazione con l'insegnante di sostegno, il mediatore culturale non debba essere un traduttore o un interprete…assolutamente no, ma deve cercare di metterci in contatto con la famiglia di questi ragazzi, perché anche fra i ragazzi stranieri ci sono i ragazzi in difficoltà, di tipo cognitivo, d'apprendimento, di tipo socio-relazionali.


Certo, a volte con i bambini stranieri, diventa difficile valutare se il bambino ha realmente delle difficoltà oppure se queste difficoltà dipendono proprio dal fatto che è inserito in un contesto che non riconosce, che rifiuta o che è abituato proprio a relazionarsi in un modo totalmente diverso dal nostro.


Si, questo è vero, ora devo dire però che di solito i ragazzi, quando arrivano nella scuola, se ci sono altri ragazzi dello stesso paese, della stessa nazione, riescono a capire quali sono le nostre abitudini; quindi un po' perché apprendono la lingua italiana a scuola e fuori dalla scuola nel quotidiano, un po' perché gli altri ragazzi della stessa nazionalità danno loro delle informazioni, noi riusciamo subito a capire qual è il ragazzo che non ha altre difficoltà oltre alla lingua, mentre quando le difficoltà sono di altro tipo noi lo percepiamo, soprattutto nella matematica, dove non c'è un linguaggio ma simboli uguali per tutti, un linguaggio simbolico, noi lì capiamo quali sono le loro difficoltà.
E questo anche attraverso il disegno…voi sapete che i linguaggi non-verbali tirano fuori da ognuno di noi le difficoltà, l'imbarazzo, le disarmonie.